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Fraternità
L'ICONA DEL BUON SAMARITANO
Come per ogni icona, è necessario porsi prima in ascolto profondo e silenzioso della Parola di Dio che corrisponde ad essa. In questo caso la pericope evangelica è unica e ci viene presentata dal vangelo di Luca (Lc 10, 25-37).
Gesù sta rispondendo alla domanda di un dottore della legge: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù risponde rimandando alla Scrittura: "Che cosa vi leggi?". E il dottore della legge, conoscitore della Scrittura, risponde ricordando il comandamento della vita: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso".
Questa risposta già non è scontata: infatti quest'uomo riunisce insieme le due parti del comandamento dell'amore, di Dio e del prossimo, che in realtà si trovano in due luoghi diversi della Scrittura, Deuteronomio 6,5 e Levitico 18,5.
Gesù a sua volta risponde: "Hai risposto bene, fà questo e vivrai".
"Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo?"
A questa domanda del dottore della legge Gesù risponde con la parabola. Essa nasce dunque come risposta ad un interrogativo angosciante: chi è il mio prossimo? E' importane che Luca dia questa interpretazione della domanda: "Ma egli, volendo giustificarsi…". Infatti, l'interrogativo nasce dalla constatazione di una realtà comune a tutti: io non so amare! Allora sorge il tentativo di autogiustificazione: ma forse non so amare perché non so chi devo amare? Questa è l'angoscia di quell'uomo, che è onestamente alla ricerca della volontà di Dio, anche se cerca una giustificazione per la sua incapacità. E' una vera confessione la sua, in due tempi: io non so amare; e come faccio ad amare se nessuno mi ama? L'idea di "prossimo"infatti non è solo da ritenere come qualcuno a cui ci si avvicina, ma anche proprio come quel qualcuno che sta vicino a me.
Ecco, la parabola nasce come risposta a questo interrogativo angoscioso comune a tutti gli uomini.
L'icona raffigura la parabola, non soltanto come descrizione - l'icona non è mai una semplice descrizione o ripetizione di un testo - ma soprattutto come lettura spirituale del vangelo. Essa ha come presupposto necessario che noi siamo già perfettamente consapevoli dell'identità del Samaritano, che è Gesù stesso.
I segni di questa identità sono appunto visibili nell'icona.
Un uomo giace, nella parte inferiore sinistra dell'icona, come morto. La sua vicenda è raccontata da Gesù stesso nel vangelo: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti…". Questo antefatto si trova a sua volta rappresentato dietro di lui dall'immagine di un insieme di rovi in cui è rimasta presa, smarrita e ferita, una pecora.
Quell'uomo è la pecora smarrita di cui Gesù parla nel cap. 15, 4-8: si è allontanata dal gregge, ecco perché si è persa ed è rimasta intrappolata e ferita, incapace di ritrovare la via per raggiungere le compagne. Il resto del gregge, le novantanove di cui parla il vangelo, sono rappresentate nell'icona dall'altro lato della via che scende da Gerusalemme e Gerico, mentre riposano tranquille al riparo, accanto alla locanda.
Torniamo all'uomo come morto: non è solo, perché su di lui è chinato il Samaritano, già identificato come il Signore stesso. Egli lo avvolge con il suo mantello, che è la sua umanità innocente, e con il contatto lo purifica proprio a causa della sua innocenza, e ha presso di sé le ampolline del vino e dell'olio, segni del sangue eucaristico e del dono dello Spirito, che ungendo guarisce le ferite.
Accanto al Samaritano-Gesù è visibile un agnello avvolto in un roveto: è l'Agnello per il cui sangue quell'uomo è raccolto e curato, cioè salvato. Ma come dietro all'uomo caduto a terra vi è l'immagine della pecora smarrita in mezzo ai rovi, e dietro al Samaritano l'immagine dell'Agnello di Dio nel roveto ardente, e le due immagini si richiamano l'una con l'altra, così anche il volto del Samaritano stesso e quello dell'uomo sono simili. Infatti, per salvare l'uomo caduto, discendente di Adamo, il Figlio di Dio si immerge nella sua stessa condizione di caduta e di morte, fino ad identificarsi con quella stessa morte. Il Samaritano salva l'uomo ferito perché assume la sua umanità ferita e la porta fino al punto di somigliargli in tutto, eccetto il peccato. Ecco perché il contatto con il suo manto steso attorno al corpo riverso a terra è vita per quello stesso corpo: perché il manto di Cristo raffigura la sua umanità, la sua incarnazione: il contatto della sua carne vivificante con la nostra, ferita, guarisce le piaghe e sconfigge la morte.
Dice la parabola che il Samaritano condusse il ferito in una locanda, dove lo affidò alle cure dell'albergatore…il quale nell'icona appare sulla porta, come se fosse in attesa. I Padri della chiesa identificano nella locanda la chiesa stessa, a cui il Salvatore affida la cura delle sue pecore salvate.
La figura dell'albergatore presenta però volutamente una somiglianza evidente con il Samaritano stesso, il Cristo: infatti il vero custode della chiesa, colui che la governa dall'interno, è lo Spirito Santo, raffigurato nei panni del Figlio perché colui che governa dall'interno, è lo Spirito Santo, raffigurato nei panni del Figlio perché continua la sua opera nel mondo attraverso la chiesa.
Risalendo con lo sguardo verso la parte alta dell'icona, vediamo le mura di Gerusalemme. Infatti è detto che, mentre l'uomo scendeva dalla città santa, il Samaritano vi saliva. Ora, per un Samaritano, che dal punto di vista della fede ebraica è un eretico e uno scismatico, salire a Gerusalemme è un assurdo: innanzitutto i Samaritani non onorano Gerusalemme e i suo tempio come città santa; ma il principale ostacolo a questo cammino è posto dalla legge ebraica, che dichiara che nessuno scismatico può avvicinarsi ai luoghi santi pena la morte. Il viaggio del samaritano a Gerusalemme è dunque un viaggio impossibile, che si conclude con la morte. Conoscendo l'identità di questo Samaritano, non ne siamo stupiti.
Infatti si nota nella parte alta a destra, poco oltre le mura di Gerusalemme, il luogo della sua morte e il suo segno, la croce. Certo, Gesù non parla esplicitamente di questo nella parabola, ma egli la racconta proprio salendo a Gerusalemme e sapendo quel che gli accadrà. Tutto il senso della parabola è centrato su questa conoscenza che egli ha della sua missione e del suo compimento. E' come se Gesù stesso, raccontando, contemplasse in lontananza Gerusalemme così come la contempliamo noi nell'icona.
Gloria a Dio che nel Figlio ha raccolto tutti gli uomini caduti e feriti e li conduce verso la Gerusalemme celeste!
Mirella Muià



